daniele bontumasi
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Una pittura di tecniche miste che sonda la potenzialità espressiva di olio, smalti, acrilici e stucchi; che spinge la ricerca verso una dimensione estetica ricca di suggestioni.

“Il volo di Icaro”; “Il filo di Arianna” e “Nefertari” ne sono esempi.

Una pittura autonoma, infedele alla rappresentazione per la sperimentazione di segno e materia fine a se stessa. Appare tra le pennellate un’energia segreta; quei segni e quella materia lavorano sinergicamente a costruire qualcosa di ineffabile e di molto vicino ad un’identità, che suggestiona in una direzione precisa: la sensazione del volo senza speranze dell’impavido Icaro; la vertigine labirintica di Teseo perso nel palazzo di Minosse; la fisionomia della regina Nefertari dell’antico Egitto; la prigionia claustrofobia di Alcatraz, oppure il profilo di una città e delle sue luci.

Suggestione ricorrente, quella del volo, ma non ci sono sulla tela didascalici uccelli a solcare i cieli, né l’atroce insidia del filo spinato che ne recide le ali, bensì la loro quintessenza, il loro archetipo formale: l’impressione del volo, del movimento frenetico d’ali impazzite e torturate come lo sono i pensieri trattenuti e graffiati dalla corona di spine di un sistema che li imbriglia. Ma insieme al volo disordinato si apprezza uno spirito di geometria, che quel volo a volte vorrebbe arginare, congelare, razionalizzare in una gabbia predefinita, più ordinatamente fruibile.

E’ senza soluzione di continuità che entrambe le fasi si alternano: talvolta il ricorrere a qualcosa di vagamente geometrico che impedisce il movimento, e talvolta le disordinate traiettorie aeree, come ad indicare che non può esserci vera libertà senza l’esperienza della prigionia e non si giustifica per contro il filo spinato senza le ali da trattenere.

Quando dipingo sento il piacere del Demiurgo nella sperimentazione cromatica e formale sulla pelle dell’opera: il trionfo del colore e della materia che si fanno corpo, e di quest’ultimo che diventa immagine, come pelle tatuata foriera di segni e significati.

Riscopro nell’intuizione creativa anche il piacere dell’avventura, del viaggio pionieristico che ogni tela rappresenta, come traccia di un passaggio, tappa esistenziale verso la ricerca di forme, vuoti e pieni che si reinvestano per recitare nuovi dialoghi e regalarci la visione di mondi paralleli.

Penso la mia pittura emancipata dal figurativo, nel nome di un’autonomia che non necessita di pretesti per esistere e mostrarsi: nessun paesaggio, nessuna natura morta o ritratto per legittimare la tela, ma solo i fondamenti della pittura che vive di se stessa.